venerdì 9 maggio 2008

l' oppio degli intellettuali

Ancora una volta devo all' amico Mauro e al suo Blog, Centrodestra, la lettura di un articolo che mi ha molto gratificato, perchè offre sostegno culturale e bibliografico alle mie modeste idee sugli intellettuali di sinistra.

Scoprire di essere arrivato da solo a capire cose che richiedono studi severi mi fa gonfiare come il famoso rospo della fiaba. Spero solo di non fare la stessa fine .....

domenica 4 maggio 2008

Aron e gli uomini intelligenti dalle idee stupide. Davide D'Alessandro

Se i giovani del ’68 francese preferirono avere torto con Sartre piuttosto che ragione con Aron, che cosa induce i cosiddetti maestri del pensiero come Gianni Vattimo, Luciano Canfora e Domenico Losurdo, a continuare ad avere torto con Sartre, con la loro storia, con la loro Chiesa, dalla quale non riescono a distaccarsi?

“L’oppio degli intellettuali”, il pamphlet capolavoro di Raymond Aron, nella nuova edizione Lindau, ripropone una storica riflessione sul pensiero “sinistro”, accecato dall’ideologia, dalla guerra incessante contro la verità.

Fu Vattimo, anni fa, a invocare le brigate di combattenti a favore di Saddam, per partecipare a quella che riteneva “la difesa della libertà contro l’invasore americano”, convinto di farle agire come in Spagna contro la dittatura franchista. Lo stesso Vattimo boicotta la Fiera del Libro di Torino, perché non ritiene che un luogo di cultura possa e debba celebrare Israele.

Fu Canfora, anni fa, a liquidare il Massacro di Katyn come un atto di guerra, duro sì, ma solo atto di guerra, tanto da far inorridire Umberto Piersanti, intellettuale che non ha il cuore certo a destra: "Giustificare le fosse di Katyn è come giustificare i Lager: il revisionismo rosso di Canfora non ha nulla da invidiare al revisionismo di chi ridimensiona o, addirittura nega, la portata dei campi di sterminio”.

E’ stato Losurdo, appena un mese fa, ad assurgere agli onori delle cronache con un manifesto, subito firmato ovviamente da Vattimo, Canfora e altri, per denunciare “un’indegna campagna di demonizzazione della Repubblica Popolare Cinese” e accostare le presunte aggressioni dei tibetani contro i negozi cinesi a quelle dei nazisti contro gli ebrei.

Perché? Perché studiosi di valore (per capire che lo sono basta leggere “Il soggetto e la maschera” del primo, “Il papiro di Dongo” del secondo e “Nietzsche, il ribelle aristocratico” del terzo), nelle analisi della storia e della politica non hanno mai smesso di praticare un pericoloso rovesciamento della realtà, scambiando spesso la vittima con il carnefice, incapaci di guardare i fatti con distacco, con serenità, con obiettività?

Che cosa li rende ancora chiusi, faziosi, settari, fanatici?

Leggiamo Aron, rileggiamo Aron e troviamo la risposta: è il mito comunista che li rende ciechi. E’ la fede nell’idea, che diventa sistema e dunque ideologia. E’ la solidarietà. E’ l’amore incondizionato. E’ l’adesione immediata e totale che scatta, quando c’è un angolo rosso, magari l’ultimo rimasto, da difendere, da preservare. Senza se e senza ma.

Aron metteva in guardia da chi era indulgente verso i grandi crimini purché perpetrati in nome delle buone dottrine. Come aveva ragione, come ha ragione!

"L’oppio degli intellettuali" è del 1955. Angelo Panebianco, nella splendida introduzione di oggi, ricorda che scatenò feroci controversie in Francia, mentre da noi non ebbe alcuna fortuna e spiega perché: ”La sinistra intellettuale, che all’epoca esercitava un’influenza preponderante sui circuiti della comunicazione culturale, non amava confrontarsi con le espressioni più alte, e più forti, del pensiero a essa avverso. In parte per arroganza, in parte a causa della sua cattiva coscienza, di una certa vaga consapevolezza dell’inconsistenza dei propri argomenti. Non è sicuro che le cose siano oggi davvero cambiate”.

Continua Panebianco: ”Nonostante il ripudio (tardivo) del comunismo, a comunismo già morto, la sinistra intellettuale italiana, nelle sue componenti maggioritarie, non ha mai davvero fatto i conti con le ragioni dei propri errori di allora. Tanto è vero che fior di intellettuali di sinistra continuano, oggi, a usare, per esempio nell’interpretazione della storia italiana recente, categorie molto simili a quelle che usavano allora, ai tempi del comunismo trionfante. Questo libro, al tempo stesso documento sulla Guerra Fredda e spiegazione sociologica delle ragioni che spingono uomini intelligenti ad adottare idee stupide, potrebbe aiutare alcuni di loro a sbarazzarsi finalmente di quelle categorie. Proprio per questo, credo, continueranno a non leggerlo”.

Così come non leggono Boudon, che in :”Perché gli intellettuali non amano il liberalismo” (Rubbettino, 2004) spiega l’avversione, di chi si sente depositario della verità, verso le idee liberali, che non solleticano, per varie ragioni, le ambizioni dei cosiddetti maestri del pensiero.

Così come non leggono Dahrendorf, che in “Erasmiani. Gli intellettuali alla prova del totalitarismo” (Laterza, 2007) sostiene che il dio da tanti cercato, aveva fallito perché era un falso dio e scrive:”Nel comunismo si parla in continuazione di “fede” e anche di una fede equiparata a quella religiosa”.

Il comunismo attirò con il legame e la speranza. Era ideologia del futuro. Ma non era obbligatorio lasciarsi conquistare. Dahrendorf dimostra che ci furono persone impermeabili alle tentazioni: Karl Popper, Raymond Aron e Isaiah Berlin su tutti. Rimasero forti, annota lo scienziato sociale, quando la maggior parte degli altri diventarono deboli:”Difesero, anche nelle situazioni più sfavorevoli, le idee su cui si fondavano gli ordinamenti liberali”.

Così come, gli intellettuali dei quali scrive Panebianco, non hanno mai letto Montanelli che, prima di andarsene, nel 2001, scrisse sul Corriere della sera: ”L’ntellighenzia di sinistra è davvero insopportabile e - quel che è peggio - inseppellibile. Autoinvestitasi - quando aveva tutto dalla sua, compresa la contestazione - della esclusiva del Verbo, ci ha costruito sopra un reticolo clientelare di posti di potere culturali a prova di tutto, compresi i certificati della sua incultura. Questi titolari del «Sale e Tabacchi» della ragione storica, li abbiamo avuti sul gobbo, noi del Giornale, per vent' anni con tutta la loro prosopopea, per fortuna corretta dalla illeggibilità dei loro saggi, o per meglio dire, delle loro truffe. Che continuano, imperturbabilmente, come se il muro di Berlino fosse ancora lì, a occultarci quello che c' era dietro”.

La speranza, oggi, è che i politici, tutti i politici, chiamati a scrivere le nuove pagine della storia di un paese moderno, libero, democratico, all’interno di una legislatura che ci auguriamo davvero costituente, smettano anche solo di udire da lontano le canzoni stonate e composte da pseudo-maestri, che non hanno più alcuna ragion d’essere.

La libertà è più importante dell’uguaglianza. Lo diceva Popper. Liberale come Aron. Come Berlin. Occorre leggerli. E per chi l’avesse già fatto, rileggerli. (l'Occidentale)



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11 commenti:

Nico ha detto...

ti segnalo un altro articolo sul mio blog.

Ti piacerà un sacco ;-)

*paraffo* ha detto...

forse, se mi fornissi il link, sarebbe meglio, Nico, che dici? (Rido)

Nico ha detto...

...giovinastri... basta cliccare sul mio nick e arrivi al mio blog...

ah giusto tu sei un pigrone...

http://popolari-liberali.blogspot.com/2008/05/linformazione-ed-i-titoli.html


:-p

*paraffo* ha detto...

Ci puoi giurare che sono pigro, Nico! Già incollare il liknk che mi hai mandato è stata una fatica!!! (A proposito, se vuoi sapere come si fa a mettere un link cliccabile, dimmelo ... a meno che tu lo sappia già ma sia troppo pigro per fare un copia incolla)!!!

Ma veniamo al sodo:

1° la tua noterella in rosso dedicata a camelot e a me mi ha molto divertito e ti ringrazio per questo.

2° hai fatto bene a segnalarmi l' aricolo perchè anche io non sapevo nè del successo elettorale di Giovanardi nè della sua prossima nomina a sottosegretario.

Sarai pure un democristiano, Caro Nico, ma ti stai rivelando un amico prezioso.

Grazie ancora. Ciao!

PS. Adesso metto il tuo link sulla mia sidebar. OK?

Nico ha detto...

ti ringrazio dei ringraziamenti.

un giorno ti racconterò che non sono democristiano e che il mio "impegno" politico è molto recente ma con alle spalle un po' "troppo" volontariato.

se vuoi scrivermi in privato puoi passare dal sito:

http://www.popolariliberali.lc.it/

Così mi faccio pubblicità :-p

Anonimo ha detto...

Libertà, uguaglianza e fraternità vanno di pari passo, non può esserci l'una senza le altre senza creare squilibri, si sa più o meno dai tempi della rivoluzione francese questo. Ed è stata una rivoluzione borghese, mica di sinistra.
La libertà senza uguaglianza e fraternità crea squilibrio sociale, arricchimento di pochi a danno di molti. Di pari passo l'uguaglianza senza libertà e solidarietà crea la dittatura comunista, l'uguaglianza e la solidarietà senza libertà sono invece alla base del corporativismo fascista e democristiano.
I veri liberali questo dovrebbero saperlo, altrimenti con le stesse armi di Popper (che fu anche filosofo della scienza) si rischia di essere falsificati ;-)

*paraffo* ha detto...

Amico Candido, a meno che il tuo nick non sia davvero il tuo nome, la sua scelta è stata davvero appropriata, nel senso che rappresenta perfettamente il tuo .. candore.

Il motto della rivoluzione francese, infatti, è solo un motto, uno slogan, come si direbbe oggi.

La rivoluzione francese non ha fatto altro che sostituire una classe dirigente, quella aristocratica e parassitaria, con quella borghese e produttiva ed ha perpetuato quel che indichi correttamente tu: squilibrio sociale, arricchimento di pochi a danno di molti.

La caratteristica dei liberali (che di quella rivoluzione sono figli) non è quella di credere negli slogan (neppure in quelli coniati da loro stessi per ... epater le bourgois) ma di essere concreti e realisti.

Un vero liberale sa che le sperequazioni sociali esisteranno sempre per il semplice fatto che gli uomini NON sono tutti uguali.

Un vero liberale, allora, si impegnerà ad attutire queste sperequazioni. Come?

Attraverso l' incremento della ricchezza globale prodotta e, soprattutto, privilegiando il merito INDIVIDUALE, cioè l' unica arma a disposizione degli appartenenti alle classi sociali più svantaggiate per passare a quelle superiori.

La mancanza di MERITO, inoltre, contribuisce ad espellere dalle classi privilegiate quegli elementi che non sono capaci di continuare ad appartenervi, favorendo così un auspicabile ricambio sociale.

Insomma, il liberalismo è l' unica ricetta per rendere un po' meno ingiusto un mondo che giusto NON PUO' essere, se non nei sogni dei ... candidi (di centro, di destra e di sinistra).

Ti ringrazio per il tuo intervento che mi ha obbligato ad esporre le mie idee, chiarendomele ulteriormente.

Ciao!

Anonimo ha detto...

Candido era volutamente scelto a partire dal personaggio di Voltaire prima e di Sciascia poi.
Il tuo ragionamento lo comprendo ma non lo condivido.
Se posso fare il pignolo con le parole, si tratta di un ragionamento liberista, non liberale.
Per me una politica liberale, ripeto, deve provare a perseguire tutti e 3 i punti cardine della rivoluzione francese e non solo uno. Ovvio che non si arrivi al mondo perfetto ma non ci si arriva neanche prendendone solo uno, come ti avevo scritto prima, anzi si cade in situazioni a mio avviso anche peggiori (dal comunismo al capitalismo sfrenato, a seconda di quale punto singolo si sceglie). L'uguaglianza di cui io parlo è uguaglianza di possibilità, mica uguaglianza di meriti che sono, ovviamente, differenti. A me sembra molto "candida" la tua speranza di riscatto sociale esclusivamente attraverso il merito, quando sai bene che una persona socialmente più disagiata deve fare il triplo del lavoro per emergere, deve costruirsi gli strumenti con un'educazione che nel suo ambiente non gli danno e trovare al contempo i soldi per sopravvivere. Per raggiungere la libertà di poter affermare i propri meriti, non sarebbe meglio se agisse nell'uguaglianza delle condizioni di partenza (tramite borse di studio, ad esempio)?

PS: alla luce delle mie idee un partito liberale in italia non esiste, non lo è il PdL, che la pensa come te, né la sinistra che per anni ha confuso uguaglianza delle condizioni di partenza con uguaglianza tout court

*paraffo* ha detto...

Grazie al tuo intervento, amico che crede di essere volteriano, ho preso una decisione drastica:

non pubblicherò mai più risposte ai miei post o ai miei commenti, basati su un palese fraintendimento di quello che ho scritto io.

Io DETESTO chi non sa "ASCOLTARE" il suo interlocutore e gli risponde soltanto per ribadire le sue idee.

Tu, Candido, non hai neanche letto quello che ho scritto, o, se lo hai fatto, non ne hai capito una parola.

Ciò non ostante mi hai "risposto"!!!

Non ascoltare l' interlocutore è il sistema migliore per perdere e far perdere tempo.

Risparmiati la fatica di ribattere, perchè cestinerò la tua replica senza neanche aprirla.

Addio.

Nico ha detto...

Oltertutto, mi pare che Candido parta da una candida ignoranza (senza offesa).

Le Borse di studio e le borse di lavoro, esistono anche oggi e permettono a molti di studiare nonostante non se ne abbiano le possibilità economiche.
L'accesso a tali aiuti non è neppure molto difficile, basta dimostrare effettivamente il proprio merito (sia di studente ceh di lavoratore).

Un altro discorso è (specialemnte qui nel profondo nord :-) ) il non voler utilizzare borse di studio perché viste quasi come una discriminante rifugiandosi in un ben più sicuro "lavoro, perché i miei non potevano permettersi di mantenermi agli studi".

Conosco dirigenti di aziende laureati in Bocconi e con conseguente Master provenienti da famiglie unireddito e "multifigli", in cui il reddito rapportato all'euro di oggi non riaggiungeva i 900 Euro; non erano raccomandati, erano solo ottimi studenti ed oggi sono ottimi dirigenti (e ti dirò la loro provenienza da un percorso meritocratico, li fa molto attenti a loro volta al merito).

*paraffo* ha detto...

Appunto, Nico, appunto ...